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De.licio.us

Acqua e metano, acqua e una molecola organica capace di costruire molecole organiche molto più complesse. Certo non la vita, ma il primo assaggio in attesa del momento che su un pianeta di taglia terrestre sia identificata la presenza di ossigeno (o meglio di ozono)...

Presenza di metano in un pianeta extrasolare, questo il titolo (ovviamente in inglese) che appare sulla prestigiosa rivista Nature in data 20 marzo 2008.

Il pianeta in questione è HD 189733b, un Giove caldo (scoperto nel 2005 da un team di ricercatori, tra cui M. Mayor e D. Queloz, i due astronomi ginevrini che con il loro metodo di analisi spettrale ad alta risoluzione dettero inizio, nel 1995, all' attuale grande messe di scoperte nel settore degli esopianeti).
Con temperature oscillanti tra i 700 °C e i 900 °C, il pianeta di 1.15 masse gioviane orbita con la stessa faccia sempre rivolta al suo Sole, una stella giallo-arancio (spettro K, prima tipizzata da Hypparcos come G5) di magnitudine 7.7 (V) posta a 64 anni luce dalla Terra, nella costellazione della Volpetta.
 
HD 189733 (RA = 20:00:44 DEC = +22:42:43),
la stella che ospita il pianeta nel quale è stata identificata
la presenza di Metano. Immagine tratta dalla DSS-1.
 

Ogni 2.22 giorni il pianeta eclissa la stella HD 189733 con una profondità in magnitudine di 0.03 (ben alla portata dei telescopi degli astrofili armati di un piccolo telescopio e una CCD).
 
Questo pianeta è in attento esame da parte degli astronomi (con decine di pubblicazioni in questi ultimi 3 anni). L’ italiana Giovanna Tinetti (ma che da anni lavora all’ estero, attualmente all’ University College di Londra) pubblico’ lo scorso anno la notizia che fece molto scalpore sulla presenza di vapor d’acqua nell’ atmosfera di HD 189733b.
 
Sempre la Tinetti appare nel team che descrive la presenza di metano nell’ atmosfera dello stesso esopianeta (Mark R. Swain, Gautam Vasisht & Giovanna Tinetti). Swain è del JPL, il gruppo del CalTech che da sempre manda le sonde su Marte.
 
Acqua e metano, acqua e una molecola organica capace di costruire molecole organiche molto piu’ complesse. Certo non la vita su questo pianeta, esposto a temperature troppo torride, ma il primo assaggio in attesa del momento che su un pianeta di taglia terrestre sia identificata, con la stessa metodologia di analisi spettrale nel vicino infrarosso che ha permesso la scoperta del metano su HD 189733b, la presenza di ossigeno (o meglio di ozono, che dal precedente origina nell’ alta atmosfera). E allora avremo la dimostrazione della presenza di vita su un altro pianeta di un’altra stella. Il risultato di Swain e collaboratori è un primo passo per il raggiungimento di una scoperta destinata a cambiare gli orizzonti dell’ umanità.
 

Giorgio Bianciardi

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Tag: astronomia,notizie,pianeti,scienza,scoperte,spazio

Attualmente essa sta superando l'orbita del pianeta Marte, e completerà il suo ennesimo "giro di boa" attorno al Sole alla fine del prossimo mese di Settembre quando, secondo le previsioni, non dovrebbe superare la magnitudine 12,5

C'e' una cometa periodica, denominata 7P/Pons-Winnecke, che si sta avvicinando al perielio. Attualmente essa sta superando l'orbita del pianeta Marte, e completera' il suo ennesimo "giro di boa" attorno al Sole alla fine del prossimo mese di Settembre quando, secondo le previsioni, non dovrebbe superare la magnitudine 12,5 (per di piu', nel momento di maggior splendore, si manterra' a bassa elongazione dal Sole). La cometa 7P venne scoperta da Jean Louis Pons (Osservatorio di Marsiglia) il 12 Giugno 1819 (al momento del ritrovamento essa venne descritta come "piccola, con una condensazione centrale").

A distanza di quasi quarant'anni venne riscoperta accidentalmente da Friedrich August Theodor Winnecke (Bonn) il 9 Marzo 1858 ("nebulosita' debole e diffusa, di circa 3 arcmin di diametro").

La Pons/Winnecke e' stata recentemente osservata anche dagli astrofili dell'osservatorio di Remanzacco (UD), che la notte del 25 Marzo scorso l'hanno rintracciata tramite un riflettore newton da 0,45m di diametro e camera CCD (dettagli sull'immagine allegata).

Nella ripresa degli astrofili friulani, la cometa risulta ancora di aspetto stellare, senza chioma o coda. Cio' indica che la sublimazione dei ghiacci cometari e' ancora ad un livello piuttosto modesto, e cio' che si osserva e' per lo piu' la luce solare riflessa dal nucleo cometario. Un'analisi fotometrica preliminare ha dato come risultato una luminosita' della 7P pari a magnitudine R= 19,5. La 7P/Pons-Winnecke appartiene alla famiglia di comete di Giove (distanza perielica di 1,2 U.A., distanza afelica di 5,6 U.A., i~ 22 gradi, periodo~ 6,4 anni). In questo passaggio, il suo "ritrovamento" e' stata fatto il 17 Dicembre 2007 da K. Sarneczky (University of Szeged), 0.60-m Schmidt + CCD, che la misuro' di magnitudine 21. Secondo un lavoro di C. Snodgrass et Al. -A&A 444, 287-295 (2005)- il nucleo della 7P misura circa 2,2 Km di raggio, e ruota su se stesso con un periodo compreso tra 6,8 e 9,5 ore.

Questa cometa e' ritenuta essere la progenitrice dello sciame meteorico delle "Bootidi di Giugno", che nel primo quarto del secolo scorso era stato discretamente attivo in coincidenza di vari passaggi al perielio della 7P.

Attualmente il numero di meteore osservabili appartenenti a questo sciame e' molto modesto, probabilmente perche' le perturbazioni orbitali di Giove hanno cambiato leggermente i parametri orbitali della cometa (e del relativo sciame meteorico ad essa associato) facendo si' che la Terra non intersechi piu' la scia di particelle rilasciate dalla cometa.
Effemeridi aggiornate per questo oggetto si possono trovare sulla homepage del Minor Planet Center:

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Tag: notizie,pianeti,spazio,astronomia,scoperte

Apophis passerà molto vicino alla Terra (circa 37 000 km) il 13 aprile 2029. La deflessione della sua traiettoria per effetto della gravità terrestre, in quel momento, aumenterà enormemente l'incertezza sulla sua orbita, rendendo difficile predire una possibile futura collisione con la Terra. Vi sono diverse date che (come il 31 luglio) hanno una leggera possibilità di impatto. In particolare, il 13 aprile 2036 ha una probabilità di impatto pari a 0,00012, con minori probabilità per il 14 aprile 2035 e per il 13 aprile 2037 [3]. Poiché il diametro di Apophis è di 320 m, l'asteroide potrebbe avere effetti distruttivi su un'ampia area locale. Apophis effettuerà passaggi ravvicinati (a circa 0,1 Unità Astronomiche (AU)) nel 2013 e nel 2021, che consentiranno accurate misurazioni della sua orbita.
Proprio per questo, Schweickart ha chiesto immediata attenzione per cominciare al più presto a lavorare ad una missione verso Apophis che porrebbe un transponder radio sull'asteroide, in modo che la conoscenza della sua orbita possa essere migliorata abbastanza da prendere una decisione entro il 2014 se cominciare o meno il lavoro su una missione che defletta l'orbita di Apophis. Ha aggiunto che qualunque data successiva al 2014 per una missione di deflessione potrebbe non concedere tempo sufficiente prima del passaggio ravvicinato del 2029, dopo il quale la deflessione sarebbe molto più ardua, soprattutto per un possibile impatto che avverrebbe appena 7 anni dopo. Schweickart ha considerato la possibilità che 6 anni possano essere sufficienti per una missione di deflessione, ma ha ritenuto che, più realisticamente, una missione del genera possa richiedere anche 12 anni e che una missione con transponder necessiti di 7-8 anni. 


Per decidere quanta deflessione sia necessaria, vi sono tre parametri da considerare. Uno è la larghezza della "cruna dell'ago" (tecnicamente: keyhole) attraverso la quale il centro di massa di Apophis dovrebbe passare nel 2029 per colpire la Terra nel 2036. Secondo Schweickart, questa è di appena 641 m. Pertanto, per spostarlo fuori da quel punto sarebbe sufficiente uno spostamento pari alla metà: 320 m.


Un altro, ben più importante, componente è l'incertezza sull'orbita dovuta ad errori di misurazione. Al momento, l'estrapolazione per il 2029 presenta una deviazione standard (sigma) di 1 800 km. Usando una tolleranza di 5 sigma per sicurezza, questa richiederebbe una deflessione di 9 000 km. Tuttavia, questa grande incertezza è dovuta ai dati attualmente disponibili, raccolti in un breve periodo di tempo. Via via che ulteriori misurazioni saranno effettuate intorno al 2013 e al 2021 questo valore diminuirà di molto, probabilmente a molto meno di 100 km.


Il terzo parametro è dato dal fatto che l'orbita viene modificata in continuazione dall'effetto Yarkovsky, come ha sottolineato Schweickart nella sua lettera di luglio.


L'effetto Yarkovsky è quel fenomeno per il quale l'energia orbitale di un oggetto cambia a causa della forza non radiale, causata dal fatto che l'assorbimento e la reirradiazione di energia dal Sole hanno diverse direzioni, che dipendono dalla rotazione dell'oggetto. Questo causa un'accelerazione o decelerazione dell'oggetto lungo la sua orbita, a seconda che l'energia sia sottratta o aggiunta. Se la rotazione, la forma e le proprietà termiche dell'oggetto sono note, la direzione e la grandezza di tale effetto possono essere calcolate. Purtroppo, per ora queste sono in gran parte sconosciute per Apophis, così fare estrapolazioni dal presente al 2029 portebbe produrre un'incertezza su questo effetto di migliaia di km. Anche qui, le future misurazioni ridurranno l'incertezza; alcune possibilità sono menzionate nella Sezione 4.

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Tag: astronomia,notizie,pianeti,scienza,spazio,scoperte

Plutone è sempre stato considerato l'ultimo pianeta del Sistema Solare e Caronte, legato a lui da forti interazioni gravitazionali, il suo satellite.

Il fatto che sia un paneta roccioso privo di atmosfera, le sue dimensioni (sarebbe di fatto il più piccolo) e la sua orbita (molto eccentrica), hanno fatto sì che da molti studiosi sia oramai considerato più una cometa mancata o uno degli innumerevoli corpi che compongono la cintura di Kuiper.

I dubbi si sono moltiplicati con la scoperta di Quaoar  un corpo grande quanto Caronte oltre l'orbita di Plutone.  

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Eclissi di Sole, totale e anulare.

 

 

0:00 – La Terra e la Luna , con una parte della sua orbita, vengono viste dall’alto.

 

Indipendentemente viene rappresentato il Sole, nella parte alta del quadro, come visto dalla Terra.

 

0:20 – Luna nuova e transito sul Sole, visto dalla Terra e visto in prospettiva: l’ombra della Luna arriva al suolo, e di qui si vede il disco lunare coprire completamente il Sole per qualche minuto.

 

0:30 – La distanza Terra-Luna passa dal suo valore minimo (perigeo) a quello massimo (apogeo), e il transito viene riprodotto alla distanza maggiore (misure non in scala).

 

Essendo più lontana, la Luna appare più piccola e non copre l’intero disco del Sole: caso di eclisse anulare.

 

 

 

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PER QUESTO ED I PROSSIMI VIDEO UN RINGRAZIAMENTO VA A MAROTTA CHE SI è SBIZZARRITA X TROVARLI.....GRAZIE MAROTTA!!!!

La sfera e le coordinate celesti.

 

 

Concetto di sfera celeste come rappresentazione del firmamento: la Terra è immersa in un volume tridimensionale popolato di stelle a diverse distanze, e ciascuna con una diversa luminosità propria. Per costruire una mappa del cielo si può immaginare di uniformarne le distanze, ottenendo un inviluppo sferico. Su questa proiezione immaginaria si possono disegnare figure mitologiche o proiettare le coordinate sferiche equatoriali già note dall’insegnamento della geografia. Si sottolinea la deliberata falsificazione dovuta all’appiattimento delle distanze: il firmamento è ridotto convenzionalmente a due dimensioni (Ascensione Retta e Declinazione), mentre non esistono fisicamente né le costellazioni, né la sfera celeste medesima.

 

 

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Tag: spazio,astronomia,notizie

allora queste un po di foto per voi -1

e qui la seconda - 2

e qusta è l'ultima - 3

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Tag: astronomia,spazio

È successo l’8 novembre scorso, all’insaputa del mondo intero. Fra la ristretta cerchia degli scienziati dell’International astronomical Union (IAU) che studiano gli asteroidi, è scattato l’allarme rosso.
Un macigno spaziale, tra 20 e 30 metri di diametro, tutto sommato piccolo, ma velocissimo (45.000 km/h), stava puntando verso la Terra e minacciava di colpirla la notte del 13 dicembre.
Frenetiche ore di calcoli per stabilire le probabilità dello scontro e, eventualmente, la località minacciata e gli effetti dell’impatto. All’asteroide killer veniva attribuita la sigla 2007 VN84. E già qualcuno evocava un cataclisma simile a quello di Tunguska, nel 1908, quando un corpo spaziale più o meno delle stesse dimensioni colpì la Siberia, abbattendo 2.000 km quadrati di foreste.
Infatti, se 2007 VN84 fosse caduto sulla Terra, sarebbe esploso in aria a circa 15.000 metri d’altezza, liberando un’energia pari a un quinto della bomba atomica di Hiroshima, con conseguenze disastrose per il territorio sottostante.
L'EQUIVOCO - A questo punto, il colpo di scena. Denis Denisenko, un giovane astronomo russo di 36 anni, si rende conto che l’orbita del proiettile cosmico ha molte caratteristiche in comune con quella di una navicella interplanetaria dell’Agenzia spaziale europea (Esa) battezzata «Rosetta», che dal 2004 volteggia fra la Terra e gli altri pianeti col compito di analizzare da vicino comete e asteroidi.
Qualche verifica e poi gli scienziati dell’IAU possono tirare un respiro di sollievo. A sfiorare la Terra, passando ad appena 5600 km sopra il Pacifico, sarebbe stata «Rosetta», e non un asteroide. Si sarebbe trattato, come poi di fatto è avvenuto, di un «passaggio radente», previsto dai piani di volo, utile per imprimere un’accelerazione alla sonda spaziale e farle proseguire la sua corsa a caccia di corpi minori del sistema solare.Un passaggio radente, per altro, atteso dagli astrofili di mezzo mondo, compresi quelli italiani dell’Associazione Friulana di Astronomia e Meteorologia, i quali, il 13 notte, dal loro osservatorio di Remanzacco (Udine) hanno registrato in un video lo sfrecciare della navicella fra le stelle.
IL FALSO ALLARME PARTITO DALL'ARIZONA - A scoprire il presunto asteroide killer erano stati gli astronomi dell’università dell’Arizona, attraverso il telescopio “Catalina Sky Survey”, che si trova nelle alture a Nord di Tucson e che fa parte di una rete di osservatori dedicata alla ricerca dei ‘NEO’ (Near Earth Objects), gli oggetti cosmici che passano vicino alla Terra, e dei ‘PHA’ (Potentially Hazardous Asteroid), una sottospecie di NEO che, avvicinandosi troppo, possono colpire la Terra.
Sebbene il corpo principale della navicella ‘Rosetta’ sia un cubo di 2 metri di lato, esso è apparsa molto più grande al telescopio “Catalina” a causa dei suoi pannelli solari fotovoltatici che, essendo lunghi una trentina di metri, riflettono più luce solare rispetto al corpo centrale. Di qui l’equivoco che l’oggetto avvistato fosse un asteroide roccioso di oltre venti metri di diametro. Il malinteso, sebbene sia stato utile a mettere alla prova il servizio di sorveglianza anti asteroidi, non è stato superato senza polemiche. I responsabili dell’IAU, in un comunicato stampa in cui riconoscono l’errore, lamentano tuttavia il fatto che le agenzie spaziali non fanno convergere ai loro database i dati relativi alle traiettorie delle sonde interplanetarie, evitando così possibili falsi allarmi.
Franco Foresta Martin 16 novembre 2007(ultima modifica: 17 novembre 2007)

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Tag: astronomia,spazio,notizie

MILANO - Dovrà percorrere ancora milioni di chilometri prima di raggiungere la sua meta.
Ma intanto, in questi giorni, sta regalando agli appassionati di astronomia delle immagini incredibili del nostro pianeta. E' la sonda Rosetta, lanciata il 2 marzo 2004 dall'Agenzia spaziale europea per raggiungere entro l'agosto del 2014 la cometa "67/P Churyumov-Gerasimenko". Dalla settimana scorsa la sonda dell'Esa sta inviando all'Agenzia europea delle spettacolari foto che mostrano la superficie della Terra.

NEL BUIO - Quando lo scorso 13 novembre ha cominciato a scattare queste incredibili foto, Rosetta si trovava a circa 5.300 km dalla Terra. In alcune immaginis'intravedono sulla superficie buie delle minuscole e intense luci: sono quelle delle città illuminate. In un'altra foto si vede chiaramente la superficie notturna dell'Italia. Dopo l'incontro ravvicinato con altri pianeti (guarda le foto di Marte) Rosetta si è riavvicinata ora all’orbita terrestre per essere definitivamente lanciata verso la cometa. Infatti ogni qual volta una sonda si avvicina a un pianeta, acquista una velocità aggiuntiva grazie alla forza di gravità del pianeta che trascina con sè il satellite durante la sua orbita intorno al Sole. In questo caso Rosetta « aumenterà la sua velocità da 10mila km orari a 126mila» afferma al quotidiano tedesco Der Spiegel Andrea Accomazzo, che controlla la missione dall'ESA Spacecraft Operations Centre (ESOC) di Darmstadt, in Germania
LUNGO VIAGGIO - Rosetta ha ancora da percorrere 4 miliardi di chilometri prima di raggiungere la cometa Churyumov-Gerasimenko. A quel punto il satellite sarà a circa 600 milioni di chilometri dal Sole. Il compito della sonda sarà quello di avvicinarsi alla cometa, che nel 2014 sarà ancora priva di coda e sarà formata per lo più da un nucleo di roccia e di ghiaccio. Mettendosi in orbita il satellite studierà il meccanismo che permette al nucleo della cometa di riscaldarsi e cercherà di capire come nascono le code di questi corpi celesti. Inoltre per un breve periodo atterrerà sulla cometa e porterà avanti delle trivellazioni affinché il scienziati possano carpirne l'origine e determinare gli elementi chimici presenti in questi corpi celesti
Francesco Tortora 23 novembre 2007

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Tag: astronomia,notizie,spazio


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Tag: astronomia,spazio,pianeti

devo ancora capire xche nn mi fa mettere la foto in centro ingrandita :-(

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programma opensource che uso io ed altri come me,;-)

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Tag: astronomia,spazio,notizie


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Tag: astronomia


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Tag: astronomia

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prova

21 nov 2007

questa è solo un'immagine di prova .

vogliate scusare l'ingombro

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6 Luglio 2006 Grazie ai dati raccolti dal telescopio spaziale dell’ESA XMM-Newton, un team di scienziati ha potuto dare un’occhiata da vicino a un oggetto scoperto oltre 25 anni fa, scoprendo che si tratta di una sorgente come nessun’altra conosciuta nella nostra galassia. La sorgente si trova nel cuore del quel che rimane della supernova RCW103, i resti gassosi di una stella esplosa circa 2 000 anni fa. Apparentemente, RCW103 e la sua sorgente centrale sembrerebbero un esempio da libro di testo di ciò che rimane dopo l’esplosione di una supernova: una bolla di materiale espulso e una stella di neutroni. Un’osservazione profonda, però, proseguita per 24.5, ore ha rivelato che si tratta di qualcosa di molto più complesso e interessante. Il team dell’Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica (IASF, Milano) dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) ha scoperto che l’emissione della sorgente centrale varia secondo un ciclo che si ripete ogni 6,7 ore. È un periodo sorprendentemente lungo, molte migliaia di volte più lungo di quanto sia atteso per una stella di neutroni formatasi da poco tempo. Inoltre le proprietà spettrali e temporali dell’oggetto differiscono da quelli rivelati da XMM-Newton nel 2001 per questa stessa sorgente. "È un comportamento alquanto sorprendete, se consideriamo che la stella di neutroni ha meno di 2000 anni," afferma Andrea De Luca dell’IASF-INAF, l’autore principale della ricerca. "Ricorda piuttosto quello di una sorgente vecchia molti milioni di anni. Da molto tempo sospettavamo che questo oggetto fosse peculiare, ma fino a oggi non abbiamo mai saputo fino a che punto lo fosse davvero." La sorgente è catalogata come 1E161348-5055, un nome che gli scienziati hanno opportunamente abbreviato in 1E (dove E sta per Einstein Observatory, il telescopio che la identificò per primo). Si trova annidata quasi perfettamente nel centro di RCW 103, a circa 10 000 anni luce di distanza, nella costellazione della Livella, nell’emisfero sud. L’allineamento quasi perfetto di 1E con il centro di RCW 103 fa pensare agli astronomi che i due oggetti abbiano avuto origine dallo stesso evento catastrofico. Quando una stella di massa almeno otto volte quella solare termina il combustibile nucleare, esplode dando luogo a una supernova. Il nucleo stellare implode, formando un nocciolo densissimo: una stella di neutroni o, nel caso vi sia sufficiente massa a disposizione, un buco nero. Una stella di neutroni contiene una quantità di materia paragonabile a quella del Sole racchiusa in una sfera di appena 20 km di diametro. Per anni gli scienziati hanno indagato la periodicità di 1E per comprenderne le proprietà, come per esempio la velocità di rotazione o se abbia una stella compagna. "La nostra chiara rivelazione di un periodo così lungo associato alla variabilità nell’emissione di raggi X la rende una sorgente molto strana," osserva Patrizia Caraveo dell’INAF, co-autore della scoperta e leader del gruppo di ricerca di Milano. "Proprietà di questo tipo in un oggetto compatto di 2000 anni ci lascia con due scenari possibili: una sorgente alimentata attraverso accrescimento di massa oppure attraverso un campo magnetico.” 1E potrebbe essere una magnetar isolata, una sottoclasse esotica di stelle di neutroni altamente magnetizzate. In questo caso, il campo magnetico frena la rotazione della stella di neutroni, liberando energia. A tutt’oggi sono conosciute una dozzina di magnetar, che però solitamente ruotano intorno al proprio asse parecchie volte al minuto, mentre 1E, come indicato dalla misura del periodo, compie una sola rotazione ogni 6.67 ore. Il campo magnetico necessario per rallentare la stella di neutroni in soli 2000 anni sarebbe troppo grande per essere plausibile. E tuttavia un campo magnetico standard di una magnetar potrebbe essere sufficiente, se venisse aiutato da un disco formato dal materiale lasciato dalla stella esplosa. Questo scenario non è mai stato osservato prima e indicherebbe un nuovo genere di possibile evoluzione per una stella di neutroni. Alternativamente, il periodo di 6.67 ore potrebbe essere il periodo orbitale di un sistema binario. Un’ipotesi del genere richiede che una stella di piccola massa sia rimasta gravitazionalmente legata all’oggetto compatto generato dalla supernova 2000 anni fa. Le osservazioni sono compatibili con una compagna di una massa circa la metà di quella del Sole o ancora più piccola. In questo caso 1E sarebbe un esempio senza precedenti dell’infanzia di un sistema binario a raggi X di piccola massa, più giovane di oltre un milione di volte dei tipici sistemi binari a raggi X di piccola massa noti. La giovane età non è la sola peculiarità di 1E. La ciclicità della sorgente è di gran lunga più pronunciata di quella osservata in dozzine di sistemi binari a raggi X di piccola massa e richiede un processo di alimentazione della stella di neutroni del tutto inusuale. Una possibile spiegazione è un processo di accrescimento doppio. L’oggetto compatto cattura una frazione del vento emesso dalla nana bianca (accrescimento “a vento”), ma è anche in grado di strappare del gas dagli strati più esterni della compagna, che poi formerebbe un disco di accrescimento (accrescimento “a disco”). Un meccanismo così atipico potrebbe essere efficiente nella prima fase di vita di un sistema binario a raggi X di piccola massa, dominato dagli effetti dell’attesa eccentricità orbitale iniziale. "In realtà RCW 103 è un enigma," afferma Giovanni Bignami, direttore del CESR di Tolosa e co-autore della ricerca. "Non abbiamo nessuna risposta conclusiva su ciò che sta causando i cicli di lungo periodo nell’emissione X. Quando saremo in grado di capirlo, saremo sul punto di scoprire molto più di quanto sappiamo adesso su supernove, stelle di neutroni e, in generale, sulla loro evoluzione." “Se la stella fosse esplosa nell’emisfero nord, avrebbe potuto vederla anche Cleopatra, considerandola probabilmente un segno del suo infelice destino,” conclude Caraveo. “Invece l’esplosione si è verificata nell’emisfero sud e nessuno l’ha registrata. E tuttavia, la sorgente è un ottimo segno per gli astronomi che si occupano di raggi X, che sperano di impararne molto sull’evoluzione stellare.

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Tag: astronomia,notizie,spazio

ASSOMIGLIA A un enorme guscio di gas che va allargandosi sempre più, mentre da una fessura si intravede un piccolo oggetto luminoso all'interno. È l'immagine impressionante dell'eco luminoso della grande esplosione di una stella, la nova V838 Monocerotis registrata a gennaio del 2002, che ha conquistato questa settimana la copertina della prestigiosa rivista scientifica Nature. Le novae sono classificate come stelle variabili, che normalmente appaiono 'normali', ma periodicamente vanno incontro a violenti aumenti della luminosità. All'inizio del 2002 una stella 'innocua' nella costellazione dell'Unicorno è improvvisamente divenuta 600 mila volte più luminosa del Sole, e si è imposta come l'oggetto più luminoso della Via Lattea. Poco tempo dopo gli astronomi realizzarono che V838 Monocerotis non era una nova classica: il suo comportamento celava infatti qualcosa di diverso. A differenza delle novae che emettono all'esterno gli strati gassosi più superficiali durante l'esplosione, V838 Mon evolveva trasformandosi in una stella supergigante. Proprio per questo la nova è stata osservata con speciale attenzione dagli astronomi, che si sono avvalsi di immagini del telescopio spaziale Hubble: i ricercatori, guidati da Howard Bond dello Space Telescope Science Institute di Baltimora spiegano che le immagini di V838 Mon mostrano la luce del guscio di gas che si sta propagando nello spazio circostante dopo l'esplosione. Si tratta insomma di una sorta di 'eco luminosa' dell'evento dello scorso anno.

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esplosione di una stella

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Tag: spazio,pianeti

Astrofisici della NASA assieme a colleghi del Canadian Institute for Theoretical Astrophysics (CITA) hanno registrato dettagliate immagini delle varie fasi di una esplosione di una stella di neutroni distante 25mila anni luce dalla Terra. Nelle immagini si possono osservare i movimenti del flusso dei gas che si formano a pochi chilometri dalla superficie della stella. Le rivelazioni hanno appurato che una esplosione di questa entità produce una gigantesca quantità di energia: in tre ore la sfera, di una decina di chilometri di diametro, scaturita dall'esplosione produce una fonte energetica uguale a quella prodotta dal Sole in cento anniIn questo caso, la forte deflagrazione ha prodotto un luminosissimo anello di gas che ha permesso agli scienziati di osservare dettagli mai studiati precedentemente: l'anello gassoso è fluttuato attorno alla stella deformandosi in seguito all'esplosione, per poi ristabilire in appena 1000 secondi la sua forma originaria. L'intero fenomeno è stato filmato con l'ausilio di un sistema di spettroscopia a raggi X installato a bordo dello strumento Rossi X-ray Timing Explorer della NASA. I risultati di questa eccezionale ricerca, che fornisce validi indizi sulle dinamiche fisiche di un “disco di accrescimento” di una stella di neutroni, sono stati pubblicati dal periodico “Astrophysical Journal Letters”.

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Tag: astronomia,notizie,spazio,pianeti

urano

15 nov 2007


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nebulosa occhi di gatto

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foto ripresa durante il lavoro sulla stazione spaziale

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foto dallo spazio

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scusate tanto ma al momento ho problemi ad inserire le foto ,appena possibile recuperero' il tempo perso :-)

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18/03/06) - Gli astronomi e astrofisici, cacciatori di pianeti, hanno scoperto una “super Terra” ghiacciata orbitante attorno ad una stella da noi lontana circa 9 mila anni luce. Le rilevazioni sono state effettuate un anno fa, ma solo in questi giorni si è deciso di dare ufficialmente la notizia alla stampa. La “super Terra” si aggiunge così ad un altro pianeta, sempre nostro confratello ma più piccolo e molto più lontano (circa 25 mila anni luce) la cui scoperta è stata resa pubblica nel gennaio scorso.Ritornando alla “super Terra”, gli astronomi sospettano che il pianeta sia di tipo roccioso, completamente ghiacciato e con una massa 13 volte superiore a quella della Terra. Il pianeta orbita intorno ad una stella che è una volta e mezza più grande del nostro Sole. Con una temperatura di -201 gradi è uno dei pianeti extra solari più freddi scoperti fino ad oggi...

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Un'anonima stella rossastra nel cielo notturno, niente di più. Ma quel punto tremolante di luce nasconde il mondo più affascinante del sistema solare, insieme alla nostra Terra: il pianeta Marte. Appena poco più distante dal Sole, con stagioni simili alle nostre e un giorno, incredibilmente, di ventiquattr'ore, Marte ha da sempre rappresentato nella fantasia dell'uomo la più grande speranza di trovare la vita al di là della Terra. La scoperta di un'atmosfera di anidride carbonica con nubi e venti, anche se rarefatta e velenosa, e di candide calotte polari ghiacciate variabili con le stagioni, ha ulteriormente rafforzato questa sensazione. L'esplorazione recente a distanza ravvicinata con sonde automatiche, meravigliosi robot capaci di riprendere splendide fotografie ed effettuare rilievi scientifici sofisticati, se da un lato ha cancellato definitivamente le speranze di trovare su Marte vita evoluta di tipo vegetale o animale, dall'altro ha tuttavia offerto nuove possibilità per la presenza indigena sul pianeta di semplici microrganismi. Tra queste la più clamorosa è arrivata dalla sonda Mars Global Surveyor (MGS) che dal 1997 è in orbita intorno a Marte per fotografarlo con una capacità di rivelare dettagli (risoluzione) di pochi metri sulla sua superficie. Che cosa ha scoperto l'MGS tra le dune sabbiose dei vasti deserti marziani? Solchi caratteristici sul suolo che solo l'acqua liquida, scorrendo, avrebbe potuto creare. Si sapeva già della presenza di acqua su Marte, ma si pensava che, a causa delle severe condizioni ambientali (pressione e temperatura troppo basse), non potesse esistere allo stato liquido in superficie, ma solo imprigionata nel sottosuolo sotto forma di ghiaccio mescolato alle rocce: il permafrost. Invece le ultime immagini dell'MGS hanno mostrato come l'acqua possa scorrere sul suolo arido e freddo del pianeta almeno per brevi periodi di tempo, lasciando senza fiato gli scienziati. La scoperta è senza dubbio straordinaria. Per la prima volta dopo secoli di speculazioni, le possibilità di trovare vita su Marte si rafforzano sensibilmente. Mai come in questa occasione sembra adatto il vecchio detto "dove c'è acqua, c'è vita!". Occorre avere ancora pazienza per una risposta definitiva a questo affascinante quesito. Nuove missioni esplorative sono in programma nei prossimi anni, altre entusiasmanti novità non mancheranno certo. Dopo la Luna, il suolo di Marte sarà la prima meta a ricevere le orme dell'uomo. La presenza dell'acqua sul pianeta rappresenterà sicuramente una fondamentale garanzia di sopravvivenza per la nostra specie in quel mondo lontano.

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La sonda europea Mars Express, in orbita intorno a Marte, ha fornito ulteriori importanti indizi riguardo l'antica presenza di acqua liquida sul pianeta rosso, confermando le indicazioni già fornite dall'americana Mars Global Surveyor [vedi articolo "L'acqua di Marte"]. Le immagini inviate dalla sonda suggeriscono la presenza di antichi letti di fiumi, con annessi affluenti, che per la maggior parte sfociavano in quello che probabilmente era un grande oceano, esteso su quasi tutto l'emisfero settentrionale del pianeta. Sono state riprese anche immagini di crateri circondati da solchi, formatisi evidentemente in seguito al getto di materiale reso fluido dalla presenza di acqua nel sottosuolo e schizzato via al momento dell'impatto con un meteorite, similmente a quanto accade quando un sasso cade su una superficie fangosa. Molto importante è stato poi l'inequivocabile rilevamento sulla calotta polare "antartica" marziana di acqua ghiacciata mescolata ad anidride carbonica congelata, il cosiddetto "ghiaccio secco" (chiamato così perchè, alle nostre condizioni di temperatura e pressione, passa direttamente dallo stato solido a quello di vapore, si dice cioè che sublima). La rilevazione "a distanza" è stata fatta grazie agli spettrometri installati sulla sonda che, scomponendo la luce riflessa dal materiale, hanno identificato le inequivocabili "firme" lasciate dagli atomi che lo compongono. Non bisogna tuttavia pensare al ghiaccio che possiamo trovare in alta montagna o sugli iceberg, trattandosi, in realtà, di permafrost, cioè di minuscoli granuli di ghiaccio finemente mescolati a granelli di roccia. Questo fa sì che il ghiaccio sia oscuro e non particolarmente riflettente, e spiega perchè non si è mai potuto rivelarne l'esistenza da terra, per mezzo degli spettroscopi montati sui telescopi. Tra gli spettroscopi installati sulla Mars Express, citiamo lo "PFS", realizzato in Italia da un gruppo di ricercatori dell'Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario dell'INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica), con il quale recentemente si sono scoperte tracce consistenti di vapore acqueo nell'atmosfera marziana e si è visto che questo non risulta uniformemente distribuito, ma è concentrato in zone in cui abbonda anche il metano. La concomitante presenza dei due gas costituisce un significativo indizio a sostegno della presenza di vita primordiale sul pianeta, in quanto il metano viene prodotto dal metabolismo di organismi unicellulari, la cui esistenza è legata alla presenza di acqua. Probabilmente sia il vapore acqueo che il metano provengono dal sottosuolo da dove fuoriescono grazie al calore geotermico. Il calore geotermico presente nel sottosuolo potrebbe, infatti, determinare le condizioni sufficienti allo sviluppo della vita, liquefacendo lo strato di acqua ghiacciata che presumibilmente si trova immediatamente sotto la superficie del pianeta. Questa ipotesi potrà essere verificata solo con un'analisi "in situ" che solo l'invio di futuri "lander" robotizzati renderà possibile. Nel frattempo si sta cercando di comprendere in che modo l'acqua, che doveva essere presente sul pianeta più di 3 miliardi di anni fà, sia quasi del tutto "scomparsa" dal pianeta. Si è appurato che grandi quantità di vapore acqueo sono state "soffiate via" dall'incessante vento di particelle cariche (soprattutto elettroni e nuclei di atomi di elio) proveniente dal Sole, il quale continua tuttora a "consumare" i tenui strati più esterni dell'atmosfera marziana. Per nostra fortuna sulla Terra questo meccanismo è reso inefficiente dalla presenza del campo magnetico terrestre (molto più esteso e intenso di quello di Marte) che, agendo come una sorta di scudo, protegge l'atmosfera dal vento solare. Sulla presenza d'acqua in passato, sono da registrarsi ulteriori conferme provenienti dalle semoventi sonde-robot (dette "rover") della NASA che da gennaio 2004 stanno esplorando, in dettaglio, piccole regioni del suolo marziano. Sono stati analizzati gli affioramenti rocciosi della zona "Meridiani Planum" (già esplorata dal rover Opportunity), rilevando la presenza di minerali formatisi grazie ai sali disciolti nell'acqua. I sali avrebbero dato luogo anche a "incrostazioni" sulla roccia, effettivamente individuate dal microscopio montato sul rover sottoforma di microscopiche sferule. L'ipotesi più ragionevole è che tali concrezioni si siano formate dal deposito, all'interno dei forellini presenti nelle rocce porose, di sali minerali disciolti in quello che doveva essere un lago in cui si trovavano immerse le rocce stesse. Si stanno quindi accumulando molti indizi, più o meno stringenti, sull'esistenza in un lontano passato di grandi quantità di acqua liquida sul pianeta rosso. A parte il problema di quale sia stato il destino del vitale e prezioso liquido, rimane comunque il dubbio su che cosa possa averne provocato l'evaporazione e/o il congelamento. In realtà, è quasi certo che la causa principale (oltre a quella del vento solare cui si accennava prima) risieda in uno o più drastici e radicali cambiamenti climatici che hanno colpito il pianeta nel corso del tempo. Il vero quesito, ancora irrisolto, è dunque quello sull'origine degli stravolgimenti globali del clima a cui il pianeta è andato incontro e di cui sono state trovate varie testimonianze, come la formazione solo recente (geologicamente parlando) degli strati ghiacciati sulle calotte polari o delle strutture adiacenti ad antichi ghiacciai nelle regioni tropicali. Di conseguenza, in un passato non troppo lontano del pianeta, i poli dovevani essere caldi e i tropici molto più freddi di adesso. La causa primaria di tali cambiamenti climatici potrebbe essere la stessa che ha determinato i periodi di glaciazione sulla Terra e cioè il cambiamento dell'inclinazione dell'asse di rotazione del pianeta rispetto al piano della sua orbita. Recenti simulazioni al computer hanno mostrato che l'interazione gravitazionale con il Sole provoca, sul globo non perfettamente sferico di Marte, forti oscillazioni nell'inclinazione dell'asse di rotazione, che può variare in periodi geologicamente brevi dai 10 ai 60 gradi circa (passando per i 24 gradi attuali). Ciò potrebbe spiegare l'origine dei drastici cambiamenti climatici avvenuti su Marte. Basti pensare che sulla Terra dove, come dicevamo, agisce un meccanismo simile, è stata sufficiente una variazione dell'inclinazione dell'asse di rotazione di soli 1,4 gradi per dar luogo alle ere glaciali! A tale proposito, la Luna sembra aver avuto un ruolo importante nello sviluppo della vita terrestre. È stato dimostrato, infatti, che qualora il nostro (insolitamente massiccio) satellite non fosse esistito, le oscillazioni di cui si parlava sarebbero state dieci volte più ampie e avrebbero amplificato notevolmente i cambiamenti climatici che si sono succeduti nelle ere geologiche. Questo avrebbe reso impossibile la diffusione e l'evoluzione delle forme viventi sul nostro pianeta, come invece sembra essere accaduto su Marte. È evidente che tutti questi studi, oltre all'importanza che rivestono nell'ambito della planetologia e della geologia, suscitano in noi grandissimo interesse perché soddisfano la nostra "atavica" curiosità circa le origini della vita e in definitiva dell'uomo.

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ROMA, 3 NOV - Missione compiuta per l'astronauta Scott Parazynski, con il completo dispiegamento del pannello solare della Stazione spaziale internazionale. Il pannello S4 del traliccio P6, il piu' esterno del lato destro della Iss é stato riparato in 5 ore e 20 rispetto alle 7 previste. Restano quindi almeno due ore di tempo, durante le quali non si esclude che Doug Wheelock, che questa mattina era uscito dalla Iss insieme a Parazynski, vada a installare il corrimano all'esterno del Nodo 2.

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Una volta completata nel 2006, la Stazione Spaziale Internazionale, costituirà una struttura reticolare lunga 95 m che sosterrà i pannelli solari per la generazione di energia elettrica, i radiatori per la dissipazione del calore in eccesso ed il complesso dei moduli pressurizzati. Su tale struttura saranno montati tutta una serie di elementi funzionali della stazione, tra cui un braccio robotizzato canadese, e quattro piattaforme per l'alloggiamento di carichi utili ed esperimenti esterni. Una volta assemblato, l'intero complesso coprirà una superficie pari a quella di un campo di calcio. Lo spazio abitabile sarà di 1300 metri cubi (pari al volume di due jumbo jet) e comprenderà, tra gli altri, i seguenti laboratori: DESTINY: Laboratorio multidisciplinare statunitense CAM (Centrifuge Accomodation Module): Laboratorio ospitante la centrifuga per esperimenti in gravita variabile COF (Columbus Orbital Facility): Laboratorio multidisciplinare europeo Kibo: Laboratorio multidisciplinare giapponese 3 laboratori russi I laboratori COF e Kibo includeranno anche piattaforme per il montaggio di esperimenti esterni. La stazione sarà abitata in maniera permanente durante i suoi previsti dieci anni di attività da un equipaggio di 7 astronauti. Complessivamente, saranno necessari ancora una settantina di lanci, tra americani, russi ed europei, prima che la ISS sia completata e pienamente operativa. Nella tabella seguente sono riportate le caratteristiche principali della stazione. Caratteristiche TecnicheAltezza dell'orbita Min. 325 km; Max. 405 km Inclinazione dell'orbita 51.6 Dimensioni 108 x 88 metri Massa 426 t Potenza elettrica 110 kW (di cui 47,5 kW per esperimenti) Trasmissione dati Via satelliti TDRS della NASA Periodo di microgravità 30 giorni Spazio abitabile 1,300 m3 Laboratori 7 (2 USA, 3 Russia, 1 Europa, 1 Giappone) Zone di attacco per Carichi Utili esterni 9 (4 USA, 3 Russia, 1 Europa, 1 Giappone) Equipaggio permanente 7 astronauti Vita operativa nominale 10 anni a partire dal completamento Date RilevantiLancio primo elemento 20 novembre 1998 Primo lancio MPLM Leonardo (ASI) Marzo 2001 Inizio utilizzazione Metà-2001 Lancio Nodo 2 (ESA/ASI) 2003 Lancio Nodo 3 (ESA/ASI) 2004 Lancio COF 2004 Completamento assemblaggio Metà 2006

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La Stazione Spaziale Internazionale (ISS) costituisce il più importante ed ambizioso programma di cooperazione a livello mondiale nel campo scientifico e tecnologico fino ad oggi intrapreso. Con il lancio del modulo logistico Leonardo, l'Italia diviene la terza nazione, dopo Russia e Stati Uniti, ad inviare in orbita un elemento della Stazione Spaziale Internazionale. Pur essendo un modulo non permanente della stazione, Leonardo è solamente il primo di una serie di elementi realizzati dall'Italia che costituiranno una parte considerevole del volume complessivo abitabile del gigantesco complesso spaziale. Grazie ai suoi laboratori pressurizzati e alle piattaforme esterne, la ISS sarà un vero e proprio istituto internazionale orbitante per la ricerca scientifica multidisciplinare e darà ai ricercatori possibilità senza precedenti in campo scientifico e tecnologico in discipline quali la fisica, la chimica, la biologia, la medicina, la fisiologia, le scienze dell'universo e della Terra. La Stazione Spaziale Internazionale deriva da un progetto nato nel 1984, quando il presidente americano Ronald Reagan invitò formalmente i capi di stato europei ad entrare a far parte di questo programma. Risale al 1988 la firma del primo accordo intergovernativo tra i paesi partecipanti: Stati Uniti, Canada, Giappone, e dieci paesi europei, tra cui l'Italia, rappresentati dall'Agenzia Spaziale Europea (ESA). Nello stesso periodo si avviarono negoziati tra ASI e NASA, che portarono alla firma di un accordo bilaterale nel dicembre del 1991, relativo allo sviluppo di tre unità per il trasporto logistico (Multi Purpose Logistic Module - MPLM), ossia dei moduli successivamente chiamati dall'ASI Leonardo, Raffaello e Donatello, per ricordare questi grandi Italiani. Nel 1993, una ridefinizione del programma portò alla revisione dei due accordi citati. La firma del nuovo bilaterale tra ASI e NASA venne nell' ottobre 1997, mentre quella del nuovo accordo tra tutti i paesi partecipanti al programma risale al gennaio 1998. Perciò l'Italia partecipa al programma ISS sia attraverso l'accordo bilaterale con la NASA che come paese membro dell'ESA. Gli accordi prevedono che il diritto di utilizzo della stazione spaziale sia in funzione dell'investimento iniziale. Il duplice accesso dell'Italia al programma permette quindi una grande flessibilità ed efficacia nella definizione dei piani di ricerca e sperimentazione, avendo la possibilità di dare a carichi ed esperimenti scientifici le opportunità migliori, sia in termini di pianificazione che di condizioni e potenzialità esistenti. Molteplici sono i benefici che ci si aspettano dalla Stazione Spaziale Internationale: dagli evidenti aspetti politici, alle forti ricadute sul piano industriale, alle vaste potenzialità di ricerca scientifica e tecnologica. Accordo NASA/ASI per MPLM L'accordo relativo allo sviluppo dei moduli MPLM fu firmato nel dicembre 1991 e modificato nell'ottobre 1997 per tenere conto dei cambiamenti derivanti della nuova configurazione della stazione spaziale e dall'ingresso della Russia nel programma. Sulla base di tale accordo, l'ASI sviluppa e fornisce alla NASA tre unità di volo MPLM denominate Leonardo, Raffaello e Donatello, nonché il supporto alle operazioni dei moduli in cambio di opportunità di utilizzazione a bordo della stazione e servizi (trasporto e comunicazione) per carichi utili ed esperimenti italiani, nonché di opportunità di volo per astronauti italiani.

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24 Settembre 2007 INTERVISTA 27-2007. Prosegue a pieno ritmo l’esplorazione robotica del sistema solare: il 4 agosto dalla base di Cape Canaveral è stata lanciata la Phoenix Mars Lander della NASA, che va ad aggiungersi , fra le altre, alla Mars Express dell’ESA già in orbita intorno al pianeta. E anche questa missione è caratterizzata dalla collaborazione tra la NASA e l’ESA.

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Il telescopio spaziale Hubble (abbreviato in HST dalle iniziali del nome inglese, o anche semplicemente Hubble) è un telescopio posto negli strati esterni dell'atmosfera terrestre, a circa 600 chilometri di altezza, in orbita attorno alla Terra (ogni orbita dura circa 92 minuti). È stato lanciato il 24 aprile 1990 con lo Space Shuttle Discovery come progetto comune della NASA e dell'Agenzia Spaziale Europea. Il telescopio può arrivare ad una risoluzione angolare migliore di 0,1 secondi d'arco. L'HST è così chiamato in onore di Edwin Hubble, astronomo americano. È prevista la sua sostituzione con il Telescopio Spaziale di Nuova Generazione (NGST) nel 2013. Osservare fuori dall'atmosfera comporta numerosi vantaggi, perché l'atmosfera distorce le immagini e filtra la radiazione elettromagnetica a certe lunghezze d'onda, in particolare nell'infrarosso. Il 27 gennaio 2007 il telescopio è entrato in safemode per via di un guasto. Lo strumento Advanced Camera for Surveys ha smesso di funzionare e i tecnici della NASA hanno disabilitato lo strumento per permettere l'utilizzo degli altri strumenti a bordo del telescopio Il telescopio pesa circa 11 tonnellate, è lungo 13,2 metri, ha un diametro massimo di 4,2 metri ed è costato 2 miliardi di dollari. Si tratta di un riflettore con due specchi in configurazione Ritchey-Chrétien. Lo specchio primario è uno specchio parabolico concavo di 2,4 metri di diametro, che rinvia la luce su uno specchio iperbolico convesso di circa 50 centimetri di diametro. La distanza fra i vertici dei due specchi è di 4,9 metri. Approssimando i due specchi come sferici, si può calcolare il punto di formazione del fuoco Cassegrain, ottenendo che l'immagine si forma circa 1,5 metri dietro il primario. Due pannelli solari generano l'elettricità, che serve principalmente per alimentare le fotocamere e i tre giroscopi usati per orientare e stabilizzare il telescopio. In 15 anni di carriera Hubble ha ripreso più di 700.000 immagini astronomiche. Il telescopio fu lanciato dalla missione Shuttle STS-31 il 24 aprile 1990. Si trattò in realtà di un rinvio del lancio originale previsto nel 1986, rimandato a causa del disastro del Challenger nel Gennaio di quell'anno. Le prime immagini prese dal telescopio causarono grande sconforto tra gli astronomi e tutti i partecipanti al progetto: erano fortemente distorte e fuori fuoco, e nonostante lunghi processamenti al computer non potevano arrivare alla risoluzione prevista. Fu trovato che la Hughes corporation aveva lavorato lo specchio principale senza tener conto che sarebbe stato usato nel vuoto e non in aria. La differenza di indice di rifrazione, appena 1,0003, bastò a generare il problema. Un altro specchio identico era stato costruito da un'altra azienda, e non soffriva di questo problema, ma sfortuna volle che fu proprio il primo ad essere lanciato. Il problema fu risolto durante la prima missione di servizio, che installò un'ottica correttiva e restituì al telescopio la qualità ottica prevista in origine.

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Tag: astronomia


Una Vecchia Stella Fantasma - nebulosa planetaria NGC 6369

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nebulosa di eskimo

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Sonda giapponese atterra sull'asteroide Missione riuscita per l'Agenzia Spaziale nipponica: la sonda Hayabusa si è posata su un asteroide raccogliendo campioni di materiale extraterreste Tokyo, 26 novembre 2005 - Una missione spaziale esplorativa giapponese è stata coronata da successo, allorchè la sonda Hayabusa si è posata su un asteroide raccogliendovi dei campioni, in un'azione senza precedenti, ideata per portare sulla terra materiale extraterrestre. Lo ha annunciato l'Agenzia spaziale giapponese, precisando che la sonda si è posata sull'asteroide solo per pochi secondi, sufficienti tuttavia per raccogliervi della polvere dalla superficie, ripartendo immediatamente per trasmettere i dati al centro di controllo della missione. 'I movimenti iniziali e le successive operazioni sembrano essersi svolti molto bene, come anche la raccolta dei campioni', ha precisato la fonte. Ulteriori dati di conferma del successo della missione si attendono nel corso della giornata odierna, dopo che gli scienziati avranno esaminato altre trasmissioni dalla sonda', a quanto ha riferito l'Agenzia. L'assoluta certezza della raccolta di materiale dall'asteroide - che è lungo 690 metri e largo 300 - si avrà solo dopo il rientro sulla terra della sonda, che si prevede possa avvenire nel giugno 2007, nell'entroterra australiano. L'arrivo odierno di Hayabusa sull'asteroide ha ripagato le autorità spaziali giapponesi della delusione di domenica scorsa, quando la missione non ebbe successo per un pelo. Allora, i contatti tra la sonda e l'Agenzia spaziale nipponica si erano interrotti e il centro di controllo non aveva potuto avere alcuna informazione sullo stato della missione. L'Agenzia spaziale nipponica spera che dall'esame dei campioni riportati sulla terra possano esser rivelati importanti segreti sulla formazione dei corpi celesti. Poco dopo essersi posata sull'asteroide - al quale è stato dato il nome del 'padre' della scienza spaziale giapponese, Hideo Hitokaw a- la sonda ha sparato un proiettile di metallo, riuscendo a raccogliere la polvere sollevata dall'impatto. Hayabusa è stata lanciata nel maggio del 2003 e il prossimo dicembre comincerà il viaggio di rientro sulla terra, lungo 290 milioni di chilometri.

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La Soyuz ha attraccato alla stazione internazionale Lo ha annunciato il centro di controllo spaziale russo. Sulla navicella Soyuz TMA-8 ci sono il brasiliano Marcos Pontes, il russo Pavel Vinogradov e l'americano Jeffrey Williams Mosca, 1 aprile 2006 - La navicella spaziale Soyuz con a bordo il primo astronauta brasiliano ha attraccato alla Stazione spaziale internazionale (Iss). Lo ha annunciato il centro di controllo spaziale russo. Sulla Soyuz TMA-8 ci sono il brasiliano Marcos Pontes, il russo Pavel Vinogradov e l'americano Jeffrey Williams. La navicella era partita giovedì dalla base di Baikonour, in Kazakhstan. Pontes, un ufficiale di 43 anni dell'Aeronautica brasiliana, tornerà sulla terra il 9 aprile dopo aver condotto alcuni esperimenti legati alle nanotecnologie.

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